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NON SOLO SOLDI. Attenti ai fondi quotati. E cominciate a “servirvi da soli”, anche se Tofanelli (Assoreti) non vuole

1 settembre 2008

di Gianluigi De Marchi

Alcune attività finora riservate in esclusiva ai notai sono state affidate anche ai commercialisti e prontamente l’Ordine dei notai ha strillato facendo balenare la possibilità che i clienti possano subirne danni irreparabili. I fondi comuni d’investimento potrebbero essere acquistati dagli investitori su un’unica piattaforma telematica senza dover passare attraverso sportelli bancari o promotori finanziari e prontamente Assoreti ha strillato facendo balenare la possibilità che in questo modo il cliente potrebbe averne danni irreparabili.

Ogni volta che si mette mano ad un provvedimento che riduce un monopolio o un oligopolio nessuno protesta perché viene ridotto il suo potere o la sua capacità di reddito, ma perché “il cliente ne ottiene danni anziché benefici”.

Però, diciamolo francamente, le osservazioni di Marco Tofanelli (nella foto in alto), segretario generale di Assoreti, sono fuori bersaglio ed in gran parte mal motivate. Vediamo i termini della questione. La Consob ha costituito un gruppo di lavoro per studiare la possibilità di “dematerializzare” i titoli rappresentativi di quote dei fondi comuni d’investimento mobiliare italiani, finora sfuggiti alla regola generale che regola da anni il mercato finanziario.

Da anni non esiste più l’azione Fiat, il Buono del tesoro o l’obbligazione Unicredit, mentre esiste (e chi volesse divertirsi a chiederla ha diritto di ottenerla – beninteso pagando costi enormi…- ) la quota di Arca Bond, Eurizon Pacifico o Ducato Geo Italia. Ma allora perché tanta cagnara per dematerializzare le quote dei fondi (la cui stampa, gestione, amministrazione comporta costi che potrebbero essere risparmiati)?

Assoreti sostiene che la decisione, aprendo le porte alla possibilità di sottoscrivere un fondo su Internet oppure in qualunque sportello bancario (mentre oggi il risparmiatore è obbligato a passare per una sola banca) priva l’investitore di un servizio essenziale, l’assistenza nella scelta. Che l’assistenza sia un servizio è indubbio; che sia essenziale è dubbio; che comunque costi caro è noto.

Tofanelli motiva tale opinione con una motivazione bizzarra: “La complessità dei fondi porta con sé la necessità di un’assistenza da parte di chi colloca le loro quote. Non possono essere messi sullo stesso piano di un’azione o di un’obbligazione. Sono ben pochi, tra l’altro, coloro che potrebbero orientarsi tra migliaia di casse d’investimento potenzialmente disponibili”.

Ma guarda un po’, un investitore può scegliere liberamente (senza provocare compassione ad Assoreti) tra centinaia di migliaia di azioni ed obbligazioni esistenti sul mercato internazionale ma non sarebbe capace di orientarsi tra qualche migliaio di fondi… La motivazione vera è un’altra, anche se inconfessata: la dematerializzazione, comportando la possibilità di “servirsi da soli” nello scaffale dei fondi elimina l’obbligo di passare attraverso una rete di collocamento.

E l’eliminazione, oltre ad eliminare il servizio (che non tutti ritengono indispensabile) elimina le ricche provvigioni per promotori e banche (non solo quelle di vendita, ma soprattutto quelle di gestione, generosamente retrocesse alle reti, tanto da costituirne la vera fonte di guadagno). E allora facciamo più chiarezza, dicendo pane al pane e vino al vino, per favore. Perché sottoscrivere un fondo è “difficile” e “comporta la necessità di assistenza”? E siamo sicuri che le reti assistono sempre correttamente i clienti garantendo l’adeguatezza delle operazioni o magari (a volte, per carità; ma succede…) non si facciano trascinare più dall’entità delle commissioni che dalla corrispondenza tra bisogni dei clienti e caratteristiche del fondo?

Il mercato finanziario non è un convento o un’ONLUS, è un sistema che vive sul denaro e per il denaro. Diciamolo, e non nascondiamoci dietro la foglia di fico di motivazioni “strappacuore”…

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