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CULTUR@. Wim Delvoye. Tatuo il maiale, lo scuoio e lo pavimento

15 settembre 2008

di Nicoletta Salata

Le due “opere” che ho presentato precedentemente e delle quali avevo omesso autore e titolo per tenere sopito qualsiasi esaustivo dettaglio che potesse anticipare questo secondo flash, forse hanno suscitato, oltre ad una giustificata perplessità, anche un sorriso.
Dettagli dell’articolo precedente: il foglio dell’Hotel Adriano fa parte della serie “Anal Kisses” (la trovate nella “Toilet”) e la casetta per uccelli di “Birdhouse” (la trovate nell’edificio omonimo).
L’associazione tra il doppio senso di quest’ultima e gli interrogativi della Soncini circa l’uso e l’abuso del…volatile…è stata una mia fantasiosa quanto ovvia interpretazione.
Wim Delvoye, artista belga classe 1965, espone le sue opere nelle gallerie di tutto il mondo (è stato più volte anche in Italia) ed è noto anche per “Cloaca Turbo” (tema sul quale si è ampiamente sbizzarrito), un immenso apparato digerente computerizzato che ingerisce 125 pasti al giorno ed espelle 40 kg. di escrementi, utilizzando anche enzimi e batteri per replicare al meglio il sistema digestivo umano. Scorie che poi utilizza in altrettante espressioni artistiche (visibili in “Cloaca Factory”).

L’opera che presento oggi lascerà molto più perplessi e farà certamente meno ridere.


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Non so se come Orwell anche Delvoye attribuisca ai maiali allusioni o significati antropomorfici e la sua sia una sorta di metafora socio-politica. So che ha dichiarato che lo spunto gli venne dal fatto che a Cuba il maiale era considerato un simbolo capitalista, fonte di arricchimento “biologico” e “finanziario” e che “l’arte vivente è più interessante di quella impagliata”. Mi sfugge però il percorso concettuale che da Cuba l’ha portato in Cina. So infatti che alleva questi maiali, di cui si ritiene una specie di tutore, in una Art Farm nei dintorni di Pechino, affibbia un simpatico nome ciascuno (quello nella foto in alto è Rex, ma ci sono Princess, Sylvie, Ariella ecc.), li tatua in un apposito laboratorio che evoca una sala di tortura, e si entusiasma nell’osservare come essi crescendo trasformino sulla loro pelle il suo disegno distorcendolo.


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Una volta che queste opere d’arte “viventi” concludono il loro ciclo di vita il loro manto tatuato viene esposto e venduto come opera d’arte (a questo punto…mummificata).


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Se poi consideriamo che un altro filone della produzione artistica di Delvoy si chiama “Marble Floors” (altre foto si trovano nella “Photography”, vicino alla “Bank”) e questo è un esempio delle realizzazioni (fette di salame, tranci di mortadella, strisce di prosciutto a creare composizioni effetto mosaico)


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capite bene che viene da chiedersi se la materia prima gli sia pervenuta da un allevatore di pasciuta Scrofa Modenese, di Cul Noir di Limousin o di Blanc de l’Ouest, o se siano i suoi amici maiali, una volta trapassati, a provvedere alla succulenta fornitura.
Delvoy con questa sua arte un cosa senza dubbio ci conferma: come dicono i contadini in campagna “del maiale non si butta via niente”!

P.S. Di Wim Delvoye, che ritengo comunque un interessante artista, trovo molto suggestive le opere della serie “X-rays” (per vederle entrare nel sito e cliccare sull’edificio Hospital) e “Goals” (cliccare sul campo da calcio).
Fateci un giro in questa Farm, non è tanto Beauty, ma molto molto Art!

http://www.wimdelvoye.be/

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